di Lucia Delgrosso
Mio padre faceva un lavoro indecente. La mattina entrava in un posto incasinato stridente di ferraglia, si avvitava una chiave inglese ad una mano e con quella si dava da fare. A dire la verità non è che la dovesse tenere sempre incollata, ogni tanto la mollava e quella cadeva con un urlo di acciaio martoriando il piano di lavoro, il tempo di una sigaretta e poi se la doveva riappiccicare. E questa cosa andava avanti sempre uguale fino a quando suonava la sirena e allora sgusciava fuori dalla tuta blu e veniva via da tutto quel metallo urlante. E a dire un'altra ulteriore verità quel postaccio sferragliante più che dargli l'angoscia era una rottura di coglioni, il che non è tanto terribile come stato d'animo, se pensi che l'angoscia ti gela le vene e la rottura di coglioni non sarà il massimo del divertimento, ma neanche è la fine del mondo. Nossignore, mio padre a lavorare non ci andava con l'angoscia, ci andava strafottente, con il manifesto sotto il braccio da attaccare in bacheca, a litigare con il delegato sindacale che nel 90% dei casi era da prendere a calci in culo, ma comunque stava sul pezzo. Ci andava fischiando, ad incontrare il destino comune di altri come lui infagottati di blu chiazzato d'olio.