Se non fossimo sommersi dal pensiero
unico liberista, se l'opinione pubblica non dovesse subire quel
furto
di verità e di informazione di cui ha parlato il Manifesto e
attraverso cui analisi e soluzioni opinabili e contestabili vengono
fatte passare come le uniche possibili ed alle quali non possiamo che
attenerci proiettandoci, come scrive Alberto
Burgio, nel buio di un nuovo oscurantismo dogmatico degno
dell'epoca della Santa Inquisizione, ci si potrebbe facilmente
rendere conto di quale fatale attentato al bene comune sia
rappresentato dal nuovo programma di privatizzazioni.
Il dogma che ci viene propinato, senza
possibilità di contraddittorio, è che dalle dimensioni del debito
pubblico italiano derivi la crisi economica e finanziaria, il
differenziale tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi (lo
spread), la vulnerabilità rispetto alla speculazione. E ciò
giustifica la necessità inderogabile di ridurre il debito pubblico
attraverso l'austerità, la riduzione della spesa sociali, la vendita
delle proprietà pubbliche.
Ed invece è proprio questo dogma che
deve essere contestato (senza con ciò considerare un dato positivo l'ipertrofia del debito pubblico e non ritenere indispensabile la revisione degli impieghi e della destinazione del denaro pubblico) così come fanno tanti
economisti indipendenti che però non trovano spazio adeguato né
nell'informazione mainstream né nella quasi totalità della casta
politica al soldo degli speculatori finanziari.