"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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sabato 17 gennaio 2015

Il sempre più labile confine tra economia legale ed economia criminale



E' sempre più labile, dentro il sistema capitalistico, il confine tra economia legale ed economia criminale.
Le imprese "legali" evadono il fisco e gli oneri previdenziali, delocalizzano le sedi produttive e fiscali sfruttando le falle nelle norme nazionali e internazionali, esportano capitali all'estero, pagano tangenti per ottenere commesse e lavori dal pubblico e dal privato, corrompono i politici per ottenere norme a sé favorevoli, violano le norme sulla sicurezza del lavoro e per il corretto smaltimento dei rifiuti in particolare di quelli tossici, mettono in commercio prodotti adulterati o contraffatti o addirittura nocivi, realizzano pratiche speculative nei 'liberi' mercati finanziari e delle materie prime per alterare la formazione dei prezzi ed ottenere extraprofitti, manipolano l'opinione pubblica per indurre bisogni inesistenti o che non avrebbero un carattere primario per piazzare i propri prodotti (un esempio per tutti: il vaccino per il virus dell'aviaria). L'Ilva di Taranto e l'Eternit di Casale Monferrato che tante vittime hanno mietuto non sono certo fabbriche clandestine o i cui proprietari sono od erano esponenti della criminalità organizzata.
Coloro che detengono gli ingenti proventi derivanti da attività formalmente vietate dalla legge - traffico di stupefacenti, di esseri umani, di rifiuti tossici, di armi, sfruttamento della prostituzione, usura, estorsioni, rapine, ecc. - hanno a loro volta la necessità di far emergere legalmente tali capitali (il riciclaggio) e trovano nell'acquisizione di aziende operanti nei mercati "legali" il canale privilegiato per poterlo fare. L'obiettivo non è tanto quello di fare "l'affare", impossessandosi di imprese in grado di produrre ulteriori profitti, quanto quello di dare una copertura verosimile alle ricchezze accumulate e ai flussi di denaro illeciti che continuano a ricevere. I settori economici che vengono comunemente identificati come quelli che maggiormente si prestano a raggiungere tale obiettivo sono quelli non sottoposti a particolari controlli e caratterizzati da incassi monetari continui e rilevanti dentro i quali si possono occultare i ricavi derivanti dal crimine: supermercati, bar, ristoranti, tabaccherie, agenzie di scommesse, compro-oro.
Secondo uno studio della Coldiretti ammonta a 16 miliardi di euro l'anno il fatturato delle mafie nell'agroalimentare e nella ristorazione (5.000 esercizi sarebbero in mano alla criminalità organizzata). Non c'è solo la distorsione della concorrenza, l'estromissione con le buone o le cattive dal mercato delle imprese oneste ma la tragica constatazione che una larga fetta di uno degli elementi fondamentali per la vita sociale - il cibo - sia in mano a soggetti criminali senza scrupoli.
In realtà la cosiddetta economia legale e quella criminale o di derivazione criminale tendono sempre più ad omogeneizzarsi, a sovrapporsi, a confondersi, ad integrarsi: o per la convergenza dei rispettivi interessi o per la conquista delle imprese da parte delle mafie che certamente la crisi di questi anni agevola e incentiva.
Da questo punto di vista Mafia Capitale rappresenta un esempio emblematico: l'impresa legale (addirittura, nel caso dello scandalo romano, l'impresa sociale del terzo settore per di più appartenente alla galassia delle cooperative "rosse") organicamente alleata con le cosche criminali.

MAFIE ATTOVAGLIATE - SONO I TAVOLI DEI RISTORANTI GLI ULTIMI “SCHERMI LEGALI” DIETRO I QUALI SI CELA UNA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA SEMPRE PIÙ INTEGRATA NELL’ECONOMIA REGOLARE - INVESTIMENTI ILLEGALI FAVORITI DALLA CRISI

Nuova indagine della Coldiretti: cinquemila ristoranti in mano alla criminalità organizzata, il giro d’affari sfiora i 16 mld di euro - Cosa nostra punta su aziende agricole e supermercati, la camorra su bar e trattorie - Le migliaia di ristoranti sotto controllo delle cosche non sono solo al Sud, ma si trovano in tutte le regioni italiane...

giovedì 20 novembre 2014

Boom del fatturato del gioco d'azzardo ma le entrate dello Stato non aumentano



I numeri non sono recenti (sono del 2012) ma vale certamente la pena di richiamarli e di rimetterli al centro dell'attenzione in tempi di feroci tagli alla spesa pubblica e di politiche fiscali che, mentre concedono qualche bonus e qualche ininfluente (ininfluente per la crescita economica non per i padroni) sforbiciata all'IRAP, fanno esplodere tasse locali e balzelli di ogni tipo (si pensi alle multe diventate una fondamentale forma di finanziamento dei Comuni) e pianificano antisociali aumenti dell'IVA nel 2016 e 2017. Ma soprattutto rispetto al modello di sviluppo e di società che si è voluto realizzare.
Allora, partiamo dai numeri del gioco d'azzardo, la terza industria nazionale dopo ENI e FIAT, ripresi dal sito La Voce:
nel 2012 24,8 miliardi di euro di fatturato e 7,3 miliardi di euro di entrate fiscali; nel 2012 94 miliardi di fatturato e 7,9 miliardi di entrate fiscali. Cioè il fatturato è aumentato in 8 anni di 3/4 volte e le entrate fiscali sono rimaste praticamente invariate. Ed a fronte di queste entrate fiscali il "costo sociale e sanitario" del gioco d'azzardo secondo Libera ed altre associazioni ammonta ad una cifra tra 5,5 e 6,6 miliardi di euro annui.
Premesso che resta sempre arduo da comprendere perché sigarette, alcool e gioco d'azzardo siano legalizzati al contrario di attività al confronto non più (o non molto più) antisociali quali prostituzione e consumo di sostanze stupefacenti,  il punto non è, a mio avviso, quello di chiedere una maggiore tassazione del gioco d'azzardo e così recuperare qualche miliardo di euro con cui finanziare welfare o investimenti produttivi o ridurre la pressione fiscale (anche se resta sullo sfondo, mai chiarita, la questione della multa miliardaria comminata alle concessionarie di slot machine e mai pagata).