Di fronte all'ostinata resistenza di Berlusconi al
governo, il suo rifiuto – come dicono i politici di professione –
di passare la mano o fare un passo indietro, la necessità delle sue dimissioni non è più quasi una
questione politica ed istituzionale: è semplicemente un fatto di
pubblica decenza, un atto dovuto.
E' come pretendere che un intervento
chirurgico sia affidato ad un medico e non ad un laureato in legge o
a un ragioniere o un geometra, che il progetto di un palazzo sia
firmato da un ingegnere e non da un cantante o da un professore di
lettere.
Poi è giusto discutere del dopo,
temere cosa potrà succedere, dubitare sul fatto che il
'professionista' che sarà chiamato a sostituirlo (e la maggioranza
politica e sociale che lo sosterrà) sia all'altezza del compito e possa fare gli interessi di
tutti gli italiani e non di determinati gruppi di potere, aspettarsi
che un nuovo governo – sia di destra o di centrosinistra - sia
ancora più pericoloso in termini di provvedimenti antipopolari ma se
non è questo il momento, di fronte ad una crisi economica epocale,
in cui tornare a confrontarsi sulle diverse opzioni politiche e non
sul bunga bunga e sulle escort cosa dobbiamo ancora aspettare?
Il caso Berlusconi (tra scandali
sessuali, dichiarazioni e telefonate imbarazzanti e irripetibili, processi in corso, amici e collaboratori condannati per mafia, corruzione di
giudici ed evasione fiscale) è un caso forse unico al mondo (dove ci
si dimette per contributi non pagati alla colf, per un sms osé, per
un rimborso irregolare di qualche centinaia di euro) che ha gettato
nel discredito e nel ridicolo il nostro Paese.