"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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sabato 10 settembre 2011

Verso il 15 ottobre costruiamo l'alternativa

da globalproject.info




Noi siamo indignati. Siamo indignati contro i governi europei che, stretti tra la crisi e le politiche liberiste e monetariste imposte dalla Bce e dall'Fmi, accettano di essere esautorati delle funzioni democratiche per diventare semplici amministratori dei tagli della spesa sociale, delle privatizzazioni, della precarizzazione del mondo del lavoro e della costruzione di opere faraoniche, incuranti dell'ambiente e delle popolazioni. Siamo indignati perché le classi dirigenti continuano a proporci l'austerity per le popolazioni, mentre le rendite e i privilegi della finanza, dei grandi possidenti e della politica rimangono intonse, quando non crescono. Siamo indignati in particolare contro il governo italiano, che ha deciso di rispondere alla crisi con una manovra i cui contenuti cambiano di ora in ora ma i cui pilastri restano sempre gli stessi: taglio ai servizi, privatizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori.
Siamo indignati perché il governo ha deciso di abolire per decreto il diritto del lavoro, permettendo alle aziende di derogare ed eludere contratti e leggi, compreso l'art.18 dello Statuto dei lavoratrici e dei lavoratori, proseguendo sulla strada della cancellazione della libertà e della democrazia nei luoghi di lavoro.
Siamo indignati perché in questo modo si elimina la democrazia nei luoghi del lavoro e si estende a tutti i lavoratori il ricatto della precarietà, e della clandestinità per i migranti, con cui negli ultimi due decenni si sono livellate verso il basso i diritti e le condizioni di vita di migliaia di giovani, esclusi dal sistema di welfare e da ogni orizzonte di emancipazione.
Siamo indignati perché poco più di 2 mesi fa abbiamo votato, insieme alla maggioranza assoluta del popolo italiano, per la ripubblicizzazione dell'acqua e per le energie rinnovabili, e ora vediamo il nostro governo riproporre esattamente le vecchie ricette basate sulla svendita dei beni e su un modello di sviluppo energivoro.

mercoledì 7 settembre 2011

Un'imposta patrimoniale straordinaria sui ricchi per il risanamento dei conti pubblici.


Quanti articoli, quanti interventi, quanti pareri in queste ultime settimane sulla crisi finanziaria italiana e mondiale? Quante volte il tragicamente ridicolo governo italiano ha cambiato idea sui provvedimenti da prendere? Quanti patetici appelli da parte del Presidente Napolitano alla coesione nazionale e a fare presto e bene per rispondere alle sollecitazioni dell'Europa e dei mercati? Quanto sono deboli e disorganizzate l'opposizione parlamentare e l'opposizione sociale (e troppo spesso compromesse con il sistema) per contrastare le politiche del governo? Sia benedetta la giornata di sciopero generale proclamata dalla CGIL ma serve ben altro per cambiare i rapporti di forza politici e sociali in questo Paese.
A fronte di tutto questo la proposta di Pietro Modiano, già banchiere ed attualmente Presidente di Nomisma (la società di consulenza fondata tra gli altri da Romano Prodi), indirizzata al Corriere della Sera ed illustrata nel programma di Gad Lerner su La7 “L'Infedele” mi sembra equa, concreta, risolutiva e per la quale si dovrebbe mettere in atto una fortissima mobilitazione sociale.
Stante la premessa che esiste un 20 per cento di ricchi (anche se Modiano rifiuta tale definizione) che possiede il 60 per cento del patrimonio privato italiano (5000 dei circa 8.000 miliardi di euro a cui ammonta - in immobili, azioni, titoli – la ricchezza privata) basterebbe un'imposta straordinaria una-tantum (con un gettito stimato, con un'aliquota del quattro per cento, in circa 200 miliardi di euro) su quei cespiti per recuperare la cifra necessaria a ridurre lo stock del debito pubblico al di sotto dei livelli di guardia (con risparmi nella spesa per interessi sul debito pubblico calcolati in 30 miliardi di euro).
Il ragionamento di fondo è che il sacrificio cui verrebbero sottoposti tali soggetti sarebbe per essi assolutamente sostenibile a fronte della ricchezza detenuta e che trattandosi di persone baciate nella vita da un destino favorevole appare del tutto equo che redistribuiscano alla collettività una piccola parte della propria fortuna.
Una volta messi al riparo dalla tempesta ci sarebbe il tempo e la serenità necessari per ragionare su ciò che andrebbe fatto realmente per cambiare e rendere migliore l'Italia: intervenendo su evasione fiscale, i costi della politica, la corruzione, i privilegi del Vaticano, il welfare, il reddito di cittadinanza, le pensioni, l'inefficienza della pubblica amministrazione, la criminalità organizzata, la giustizia, la ricerca e la scuola, la politica industriale, il modello economico da perseguire, l'ambiente, la cultura, l'informazione.
Purtroppo l'aspetto drammaticamente utopico e fantascientifico di tali ragionamenti non sta nell'irrealizzabilità della proposta Modiano ma nel pensare di poter avere, oggi e domani, una democrazia in cui i ceti popolari riescano ad imporre una vera giustizia sociale ed una classe politica e dirigente onesta e competente, libera da condizionamenti occulti e in grado di agire per il bene comune e nell'interesse generale.



martedì 9 agosto 2011

I mercati valgono più della vita delle persone?


La crisi che sta incendiando il mondo e l'Italia in queste settimane è la crisi del capitalismo. 
E' il fallimento di quel sistema economico fondato sulla libera circolazione dei capitali e sulla pretesa che i mercati possano autoregolarsi senza regole e controlli posti nell'interesse generale così come si è imposto negli ultimi trent'anni. 
Un sistema nel quale i profitti non nascono più essenzialmente dalla produzione reale di beni e servizi ma attraverso la speculazione finanziaria, i giochi di borsa, le 'scommesse' dei prodotti derivati. Un sistema che ha trasferito una rilevantissima quota della produzione industriale dall'Europa e dagli Stati Uniti nei Paesi con minor costo del lavoro e privi di garanzie sindacali e nel contempo ha comportato, nel mondo occidentale, il massiccio trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai detentori del grande capitale. Un sistema che ha obbligato una consistente quota dei ceti medio-bassi europei ed americani ad indebitarsi per mantenere le proprie condizioni di vita. 
Afferma Giorgio Ruffolo in un'intervista a Valentino Parlato sul Manifesto: “A tre quarti del secolo scorso c'è stata una vera e propria mutazione. Siamo passati dal capitalismo manageriale al capitalismo finanziario. Il primo aveva accettato di subordinare le prospettive di profitto a una politica dei redditi che sanciva un compromesso storico tra democrazia e capitalismo, con il passaggio dalla massimizzazione alla normalizzazione del profitto. Oggi siamo tornati a un regime di esasperata massimizzazione del profitto e nel più breve periodo, con la conseguenza di una mostruosa esplosione delle diseguaglianze. Le conseguenze devastanti di quelle diseguaglianze sulla compressione della domanda sono state evitate ricorrendo massicciamente all'indebitamento, come dire ai posteri. Con la conseguenza di uno sfrenato aumento della liquidità. Alla vigilia della crisi, nel 2007, la liquidità mondiale aveva raggiunto un livello dodici volte superiore al prodotto reale mondiale, di qui la crisi che ha coronato la controffensiva capitalistica. La controffensiva capitalistica è iniziata negli anni '70 con il distacco del dollaro dall'oro ed è esplosa negli anni '80 con la liberalizzazione del movimento mondiale dei capitali, liquidando gli accordi di Bretton Woods, che garantivano, con le limitazioni al movimento dei capitali, le politiche macroeconomiche dei governi. Con la controrivoluzione tatcheriana e reaganiana sono stati ribaltati sia i rapporti di forza tra capitalismo e stati nazionali, sia quelli tra capitale e lavoro. E' finita quella che un grande storico marxista come Hobsbawn aveva definito l'età dell'oro.” 
Eppure sono proprio coloro che hanno provocato la malattia a pretendere ora di imporre la cura e di perseverare nelle stesse politiche che hanno condotto alla crisi.