"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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giovedì 24 luglio 2014

L'assassinio di Paolo Borsellino in Via D’Amelio, 22 anni senza verità e giustizia





“Nonostante quattro processi ed indagini durate quasi un quarto di secolo, troppi aspetti della strage di via D’Amelio restano a tutt’oggi avvolti nel mistero. Una ferita aperta che rischia di divenire l’ennesima sconfitta di un paese incapace di fare i conti con i lati oscuri del proprio passato”.  Da Micromega l’intervento del Procuratore Generale di Palermo in occasione della commemorazione di Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta uccisi il 19 luglio 1992. 

di Roberto Scarpinato, 18 luglio 2014

E’ trascorso quasi un quarto di secolo dalla strage di via D’Amelio ed ogni anno a causa dell’inesorabile fluire del tempo, si assottiglia per ragioni anagrafiche e sopravvenuti pensionamenti, il numero di coloro che all’interno del palazzo di giustizia di Palermo furono testimoni di quel tempo. 

Di coloro che ebbero modo di conoscere personalmente Paolo Borsellino, di condividere con lui i patemi dei suoi ultimi mesi di vita, di attraversare quella tragica stagione di sangue quando tutto sembrava perduto, come ebbe a dire Antonino Caponnetto in un momento di sconforto e di verità, ed un intero popolo che si sentiva improvvisamente orfano, si riversava nelle piazze gridando il proprio sdegno nei confronti degli esponenti di una classe politica che appariva imbelle e di uno stato che si era rivelato incapace di proteggere da una morte annunciata i suoi figli migliori. 

Ho ancora negli occhi l’immagine di un Presidente della Repubblica che venuto a Palermo dopo la strage di via D’Amelio, rimase prigioniero nella morsa di una folla immane; una folla che travolse nel suo incontenibile impeto i cordoni di protezione della polizia e dalle cui fila si alzava veemente il grido “assassini” rivolto all’indirizzo dei massimi esponenti delle istituzioni. 

Ogni anno che trascorre mi chiedo quanto di questo vissuto sia rimasto e resterà nella memoria collettiva dei nuovi abitanti di questo palazzo, delle giovani generazioni di magistrati, di avvocati, di funzionari destinati a sostituirci. 

Mi chiedo quale verità storica, prima ancora che verità processuale, noi lasciamo loro in eredità; quali chiavi di lettura del passato consegniamo loro perché nella staffetta delle generazioni, essi sappiano leggere nel presente i segni del passato e le possibili premonizioni del futuro. 

mercoledì 1 agosto 2012

Con Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato per la verità sulle stragi di mafia

Questo è il momento, scrive Salvatore Borsellino, di scegliere, sulla lotta alla mafia e sulla ricerca della verità, da che parte stare.
C'è chi come Napolitano ha accolto le richieste di udienza di Mancino in merito al proprio coinvolgimento nell'inchiesta sulle stragi e che con il conflitto di attribuzione presso la Corte Cosituzionale si è messo di traverso all'attività svolta dai magistrati di Palermo, c'è chi come Pietro Grasso ha elogiato Berlusconi, l'amico di Dell'Utri e datore di lavoro del boss Mangano, per il contributo alla lotta contro la mafia.
E c'è chi, come Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato, con il proprio lavoro di indagine e con i propri discorsi, certo 'politici' nel senso più alto del termine e diritto/dovere di qualunque cittadino, testimonia l'impegno per la difesa della Costituzione, per la verità e per combattere il cancro della criminalità organizzata, senza riguardo per alcuno. Nella consapevolezza dei rischi che ciò comporta per la propria vita e per il linciaggio mediatico a reti unificate a cui si viene inesorabilmente sottoposti quando si vanno a toccare i nervi scoperti del potere.
Io come semplice cittadino sto dalla parte di Antonio Ingroia, Roberto Scarpinato e Salvatore Borsellino e spero in questo di essere insieme a tanti.

venerdì 25 maggio 2012

L'ipocrisia nell'omaggio alla memoria di Falcone e Borsellino


Nell'orgia retorica che sta accompagnando la rievocazione del ventennale dell'assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ormai divenuti - ovviamente solo da morti - gli eroi celebrati da tutto l'establishment politico italiano dovremmo avere la lucidità e l'onestà intellettuale di mettere alcuni punti fermi.
Anzitutto non dimenticare chi ha osteggiato, denigrato, ostacolato i due magistrati mentre erano ancora in vita e nel pieno della propria azione contro la mafia.
Dovremmo poi ammettere che la mafia non è stata affatto sconfitta ed oggi non è certo più debole di vent'anni fa. Il fatto che dopo le stragi del '92 e del '93 si sia in qualche modo occultata senza più agire in modo eclatante è perché nell'epoca berlusconiana ha potuto agevolmente condurre indisturbata i propri affari e i propri traffici. L'entità del suo fatturato annuo (120-130 miliardi di euro) e del suo patrimonio (stimato in mille miliardi di euro da Elio Veltri) dà conto della sua forza, di come rappresenti il primo problema italiano, della sua capacità di distorcere se non addirittura di determinare il funzionamento della democrazia di questo Paese e di come continui a costituire l'autentico convitato di pietra in ogni momento di svolta della vita nazionale (e ciò sembra testimoniato dall'attentato terroristico di Brindisi).