Alcune considerazioni/riflessioni mentre ci massacriamo e ci ubriachiamo di indignazione per l'ennesima inchiesta giudiziaria che scoperchia l'ennesimo caso di connessione tra criminalità, politica e affari (questa volta con la direzione, peraltro non una novità per Roma, di residuati fascisti) con il coinvolgimento bipartisan, per l'ennesima volta, dei protagonisti politici dell'ultimo ventennio di storia italiana: il PD e e il PDL.
Primo. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che la degenerazione morale e criminale della vita politica, sociale, economica non è determinata dalla deviazione di singoli individui, da una casta corrotta che va sostituita con nuovi elementi provenienti da una società civile intrinsecamente sana (qui sta la debolezza dell'analisi grillina e travaglina a cui pure va riconosciuta la coerenza ed il coraggio della denuncia del malaffare), dall'insufficienza di regole e di strumenti di controllo e di prevenzione. Qui siamo di fronte ad un sistema – quello dell'economia di mercato - che contiene in sé i germi della corruzione politica ed economica. Quando le decisioni politiche e l'impiego dei fondi pubblici può determinare enormi arricchimenti e vantaggi a favore di soggetti privati questi saranno disposti a comprare, con le buone e con le cattive, chi detiene il potere di spesa e di determinarne la propria fortuna. E se c'è qualcuno disposto a comprare ci sarà sempre qualcuno disposto a vendersi, anzi la selezione della classe dirigente avverrà in funzione della contiguità e dell'arrendevolezza nei confronti dei torbidi interessi in gioco (la ricattabilità è uno dei requisiti fondamentali per essere cooptati nei ruoli politici).
