Talvolta nella vita e dunque anche nella politica si realizza quel fenomeno definito 'eterogenesi dei fini'. Si compie un'azione per raggiungere determinati scopi e se ne conseguono degli altri. Per i dirigenti della CGIL la manifestazione di San Giovanni del 25 ottobre scorso era anzitutto il mezzo con cui garantire la sopravvivenza dell'organizzazione che guidano ma anche del proprio ruolo individuale minacciati dalla pretesa di Renzi di annientare la funzione del Sindacato. Ma di fronte alla chiusura ad ogni possibilità di compromesso e di mediazione da parte di Renzi (perché il grande capitale non lascia oggi alcuno spazio in tal senso) il milione di lavoratori, di disoccupati, di precari in Piazza San Giovanni ha sancito l'avvio di un percorso di mobilitazione e di lotta per rovesciare le politiche che in vent'anni hanno portato al disastro questo Paese. Per ottenere maggiore occupazione, maggiore reddito, maggiore uguaglianza - questi sono gli obiettivi dichiarati della CGIL - bisogna lottare per sconfiggere le politiche liberiste e di austerità. E dunque bisogna imporre l'intervento pubblico nell'economia (investimenti, politiche industriali, sostegno ai redditi, rafforzamento del welfare), fermare le privatizzazioni, allargare e non diminuire i diritti, ottenere le risorse finanziarie necessarie rifiutando i diktat per il pareggio di bilancio dell'Unione Europea, stroncando l'evasione fiscale ed imponendo una tassazione straordinaria sui grandi patrimoni e le grandi ricchezze. Con tutto il rispetto e l'apprezzamento per i sindacati di base e per le iniziative di mobilitazione spontanee ed autogestite solo una grande organizzazione come la CGIL poteva portare in piazza, con una preparazione di poche settimane, un milione di persone e risultare da subito una minaccia concreta per il governo e per il sistema.
"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)
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giovedì 6 novembre 2014
mercoledì 10 ottobre 2012
Le bugie al potere: Monti e il governo dei tecnici
C'è una cosa che personalmente mi
indigna più di tutte le altre nella politica del governo Monti: l'attitudine, figlia di supponenza ed arroganza, a trattare i
cittadini come deficienti, inondandoli di chiacchiere e di bugie nella pretesa di poter far passare schiaffi e bastonate come abbracci e
carezze.
Oltre il danno – una ostinata e
incessante macelleria sociale che si è abbattuta sui ceti popolari
sovrapponendosi a quella già attuata dai governi
Berlusconi-Tremonti-Bossi – la beffa di sentirsi come cittadino
preso per il culo.
E così rendere i licenziamenti più
facili svuotando l'articolo18 diventa il modo per favorire
l'occupazione, lo smantellamento progressivo – a colpi di miliardi
di euro ogni due o tre mesi – di sanità, assistenza ai disabili,
istruzione viene rappresentato come la realizzazione dell'equità,
aver tramortito l'economia italiana aggravando la recessione, la
disoccupazione, rendendo impossibile a molte imprese di sopravvivere,
distruggendo il potere d'acquisto dei cittadini ed i loro risparmi
(costituiti essenzialmente dalla proprietà della casa il cui valore
si è deprezzato in un anno almeno del 20 per cento) per di più con
effetti perversi sullo stesso bilancio dello Stato è presentato come
la premessa per una crescita che renderà l'Italia più bella e
superba che pria, la controriforma delle pensioni che ha
precarizzato i vecchi e ristretto drammaticamente la possibilità di sostituire con
nuovi assunti i lavoratori collocati a riposo è prospettata come
l'offerta di opportunità per i giovani (che pagano due volte: meno
posti di lavoro, meno reddito per i propri genitori e nonni su cui si
fondano, nella condizione di precarietà in cui si trovano, i residui
margini di benessere di cui godono).
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