E' stata rievocata qualche giorno fa
dall'emerito professor Monti la bella frase attribuita a De Gasperi
“un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle
prossime generazioni”.
Il messaggio che il vanitoso Monti ha
voluto trasmettere è evidente: non giudicatemi per gli insuccessi di
oggi, la recessione e lo spread, ma per come potrà essere in futuro
l'Italia a seguito dei miei provvedimenti.
E d'altra parte quella frase
suggerirebbe una serie di riflessioni sulla democrazia – la volontà
popolare, la partecipazione, il consenso, la scelta delle classi
dirigenti – che in questa occasione mi risparmio di svolgere.
Mi preme invece ragionare, proprio
ispirato da quella frase, su di una cosa di cui da tempo si blatera
tanto: di futuro delle prossime generazioni e dell'eredità da
lasciare loro.
Anzitutto non si può non evidenziare
il carattere mistificatorio e truffaldino della contrapposizione tra
giovani e vecchi, tra presente e futuro, tra i sacrifici da fare ora
per assicurarsi un domani radioso. Come se la politica non avesse il
compito di operare per i bisogni attuali di tutti i cittadini, anche
se certo con una visione strategica e con l'idea di costruire, senza
dogmatismi, un determinato progetto di società, e come se ci si
potesse illudere che quei diritti e la soddisfazione di quei bisogni
che oggi vengono negati si potrà poi garantirli in futuro.
E poi di quale eredità stiamo
parlando?