"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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giovedì 16 aprile 2015

Il DEF di Renzi e l'occupazione che non c'è

Lasciando da parte la trovata elettoralistica del "Tesoretto" e le bugie di Renzi sulla diminuzione delle tasse, quello che più colpisce dalla lettura dei numeri del Documento di Economia  e Finanza è l'encefalogramma piatto per ciò che attiene l'occupazione.

Di fronte alla tragedia del lavoro che non c'è, né per i giovani né per gli ultraquarantenni o cinquantenni, al Sud evidentemente molto peggio che al Nord, le previsioni (le speranze, gli auspici peraltro tutti da dimostrare e concretizzare) di Renzi e Padoan indicano una riduzione della disoccupazione dello zero virgola qualcosa per ciascuno dei prossimi anni. Le fantasmagoriche riforme, il "cambia verso", le promesse di far tornare l'Italia "protagonista" in Europa e nel mondo, la cancellazione dei fondamentali diritti del lavoro (con il jobs act) operate dal parolaio fiorentino producono dal 2015 fino al 2019 una misera riduzione del tasso di disoccupazione dell'uno virgola quattro per cento.

Rispetto cioè ai circa tre milioni di disoccupati "ufficiali" quello che ci aspetta nei prossimi cinque anni sono in totale 30-50 mila posti di lavoro in più (e non entriamo qui nel merito della qualità e delle retribuzioni dei nuovi lavori).

Poi ovviamente se questo non è sufficiente per dire basta all'inganno dell'austerità, delle "riforme" strutturali, del liberismo quale unico modello economico possibile, dei bugiardi che si succedono al potere, davvero non c'è nulla da fare.





mercoledì 6 agosto 2014

Viva la Spesa Pubblica

Renzi e la Boschi visti da Luca Peruzzi

Dopo anni di balle, di “luci in fondo al tunnel”, di “la ripresa è dietro l'angolo” e del “peggio è ormai passato”, la verità, certificata dai dati Istat, è che l'Italia è ancora in piena recessione.
La verità è che l'austerità, con la riduzione della spesa pubblica e l'aumento dell'imposizione fiscale, non ha risolto la crisi italiana ma l'ha aggravata.
Ce lo dicono tutti gli indicatori macroeconomici (pil, tasso di disoccupazione, consumi, chiusura delle imprese, debito pubblico) e soprattutto ce lo dice, drammaticamente e tragicamente, la condizione di milioni di persone: la loro disperazione, i suicidi, le vite bruciate, la chiusura di tante imprese ed esercizi commerciali, il livello sempre più infimo dei servizi pubblici, la nuova emigrazione.
Il bonus degli 80 euro è servito a far vincere le elezioni europee a Renzi e a dargli la convinzione, alimentata e diffusa da tanti servi, di essere l'uomo della Provvidenza ma non hanno minimamente influito sulla situazione economica. L'avevano previsto gli economisti seri (i “gufi” come Emiliano Brancaccio) e comunque sarebbe bastato un minimo di buon senso per capire che si trattava di un provvedimento iniquo, inefficace e disonesto.

Spiega così il professor Brancaccio i mancati effetti positivi degli 80 euro:
«Quelli non si vedono perché i lavoratori dipendenti sono stati costretti, in questi anni, a erodere i loro risparmi per far fronte alla crisi. In questo scenario è illusorio pensare che gli 80 euro in più in busta paga si possano interamente trasformare in consumi. Ma soprattutto, occorre ricordare che la famigerata manovra degli 80 euro si inscrive in una politica di bilancio che nel complesso rimane depressiva. Il governo continua a sottrarre all’economia più di quanto eroghi: l’obiettivo generale della politica economica resta infatti quello di attuare un prelievo fiscale che eccede la spesa pubblica al netto degli interessi. Questo significa che i cittadini e le imprese si trovano da un lato con 80 euro in più, ma dall’altro lato registrano tagli ulteriori ai servizi e aumenti delle tariffe. E temono incrementi di altre voci di imposta. L’effetto finale sulle capacità complessive di spesa resta dunque negativo».