"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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lunedì 9 luglio 2012

Non si vive di solo spread



Esistono parole che incontrano lo strano destino di monopolizzare e caratterizzare, per periodi più o meno lunghi, l'informazione e il dibattito politico.
Da oltre un anno non si parla che di spread, la differenza tra i tassi di interesse pagati da due diversi debitori (nel caso specifico lo spread a cui ci si riferisce normalmente è la differenza tra i tassi di interesse a carico rispettivamente dello Stato italiano e di quello tedesco per ottenere soldi in prestito sui mercati finanziari).
Se per diversi anni dall'adozione dall'Euro l'Italia ha potuto godere di bassi tassi di interesse dovuti proprio alla reputazione della moneta unica (nel 2008 alla fine della gestione Prodi – Padoa Schioppa lo spread era a 37 punti), negli ultimi tempi a causa della speculazione internazionale la forbice tra i tassi di interesse richiesti al nostro Paese (e agli altri PIIGS) e quello tedesco si è andata via via allargandosi, con la conseguenza di aumentare a dismisura la spesa statale per gli interessi e mettendo addirittura a repentaglio la nostra capacità di continuare ad ottenere credito dagli investitori.
E' a causa dello spread che Berlusconi è stato costretto a dimettersi, è per lo spread che Monti è stato nominato alla guida del Governo (da Napolitano, Obama, la Merkel, le grandi istituzioni finanziarie internazionali, i miseri partiti italiani quali PD, PDL e UDC).
E' per lo spread che abbiamo fatto i 'compiti a casa': le controriforme sulle pensioni, sul lavoro, l'aumento delle tasse sui ceti medio-bassi e si pianificano ulteriori tagli ai servizi sociali. L'effetto – inevitabile e previsto – è la recessione, l'aumento della disoccupazione e la diminuzione dei consumi interni. E se Squinzi, presidente di Confindustria, arriva a parlare, magari senza rendersene conto, di macelleria sociale è perché il primo interesse degli imprenditori è di produrre e vendere e se non c'è in giro disponibilità di redditi e per di più i potenziali consumatori sono paralizzati dalla paura (di perdere il lavoro per la riforma Fornero, di non poter andare in pensione, di non avere più credito delle banche) è inevitabile che la crisi si avviti su stessa.