"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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lunedì 8 settembre 2014

L'ossessione delle destre per l'articolo 18


Renzi si esercita ispirandosi al suo modello by Luca Peruzzi

Se essere di destra significa sostenere gli interessi delle classi dominanti contro quelli delle classi subalterne cosa c'è dietro l'ossessione ricorrente di tutte le destre (quella liberale-liberista alla Monti e Giavazzi, quella populista di Berlusconi, quella modernista plebiscitaria del PD renziano) verso la 'riforma' del lavoro ed in particolare verso l'articolo 18?
Questa offensiva non è nata oggi e l'assedio dura da anni: si è aggirato l'ostacolo con le leggi Treu e Biagi che istituivano il precariato creando una scissione insanabile nel mondo del lavoro dipendente tra 'garantiti' e 'non garantiti'; la manifestazione organizzata dalla CGIL di Cofferati il 23 marzo 2002 al Circo Massimo per salvaguardare l'esistenza dell'articolo 18 rappresenta forse l'ultimo grande 'segno di vita' della Sinistra nella storia del nostro Paese, per gli ex 'socialisti' craxiani Brunetta e Sacconi è la madre di tutte le battaglie, la Fornero con la sua riforma, sotto il governo Monti, ha realizzato un ulteriore passo in avanti verso la cancellazione di questo principio di civiltà.
Oggi la riforma del lavoro (e dunque l'abolizione dell'articolo 18) è la priorità di tutto l'establishment economico e finanziario italiano ed internazionale: per Draghi (e se non ho capito male anche per Juncker) è la condizione per accordare una qualche flessibilità nel rispetto dei parametri europei sui conti pubblici, per gli imprenditori intervenuti al convegno di Cernobbio è l'unica cosa che ci si aspetta realmente dal governo Renzi (e per Scaroni, l'ex capo dell'ENI, il giudizio su Renzi dipenderà da quali risultati riuscirà ad ottenere al riguardo), questo argomento è all'origine di contrasti, mugugni e distinguo tra il potere economico italiano (espresso attraverso i suoi organi di informazione Repubblica, Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore) e Renzi.

domenica 9 settembre 2012

Napolitano e la sovranità popolare

Così recita l'articolo 1 della Costituzione Repubblicana:
“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.”

Il lavoro come diritto sostanziale di tutti i cittadini e fondamento della vita sociale ce l'eravamo già giocati da tempo.
Per quanto riguarda la sovranità popolare, ovviamente solo facendo finta che l'Italia possa essere ancora considerata una democrazia e che le regole costituzionali siano effettivamente applicate, essa trova la propria espressione centrale, anche se non unica, nelle elezioni attraverso le quali il popolo sceglie i propri rappresentanti in Parlamento in funzione dell'indirizzo politico e del programma di governo che vuole vedere realizzato.
Ma per Napolitano, ad ascoltarne le parole pronunciate nel videomessaggio inviato al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, anche questa ultimo simulacro della democrazia deve essere svuotato e sterilizzato.
Non è contento colui che è stato definito il peggior Presidente della storia repubblicana di aver deragliato dal proprio compito di imparziale garante delle istituzioni e del gioco democratico (compito disatteso durante tutto il mandato di governo di Berlusconi avallandone le leggi ad personam) per assumere, contra constitutionem, il ruolo di promotore ed artefice dell'indirizzo politico di governo ma nutre ora la pretesa che le politiche del suo governo Monti, opinabili e contestabili come tutte le scelte politiche, debbano necessariamente perpetuarsi anche nella prossima legislatura al di là di quanto potranno decidere gli elettori.
E che i partiti che dovranno e potranno contendersi, gli unici a ricevere la legittimazione in tal senso in una specie di lavagna dei buoni e dei cattivi, la guida del governo saranno quelli che sottoscriveranno su sua iniziativa l'impegno a proseguire gli impegni europei come se queste – l'euro, l'austerità, le politiche monetarie e sul lavoro, le compatibilità europee – non fossero proprio le opzioni su cui devono pronunciarsi gli elettori.