"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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lunedì 6 aprile 2015

Renzi, basta con le frottole: aumento delle tasse o tagli di spesa sono ugualmente sacrifici per i cittadini


Renzi Fottemos by Luca Peruzzi


Nella neolingua renziana (si veda al riguardo l'intervista del giorno di Pasqua al Messaggero), perfettamente in linea con la vulgata neoliberista, la riduzione della spesa pubblica significherebbe chiedere sacrifici alla politica.
In ballo c'è ora la cosiddetta clausola di salvaguarda prevista (in base agli antisociali dogmi dell'austerità) per i prossimi anni: qualora non si riuscissero a soddisfare i vincoli di bilancio previsti in sede europea si dovrebbero aumentare le aliquote dell'IVA incidendo ancora nella carne viva dei cittadini e deprimendo ulteriormente i consumi.
Presentare la riduzione della spesa pubblica, cioè meno stanziamenti per Ministeri ed Enti Locali come condizione per evitare l'aumento dell'IVA, quali sacrifici chiesti alla politica ed ai politici anziché ai cittadini è un diabolico capolavoro della comunicazione renziana: e chi potrebbe essere contrario a colpire e punire la "casta"?
La realtà è però completamente diversa per quanto sia difficile farla accettare dal senso comune. Il finanziamento pubblico ai partiti e le retribuzioni ai politici, anche laddove possano essere considerate moralmente esecrabili, sono quantitativamente poca cosa rispetto al bilancio complessivo dello Stato e dunque i tagli (eventuali) possono ben poco; i risparmi derivanti da maggiore efficienza, riduzione degli sprechi e lotta alla corruzione sono un miraggio tenendo conto del sistema politico-imprenditoriale-clientelare-criminale-mafioso che governa l'Italia. Di esso la maggioranza renziano-berlusconiana è parte integrante e la cronaca giudiziaria ci propone quotidianamente esempi di come sia strutturalmente radicato e operante. 

sabato 10 gennaio 2015

21 marzo 2015: Manifestazione Nazionale dei Disoccupati e dei Precari





Di fronte ai numeri della crisi e alle statistiche sulla disoccupazione certificate dall'Istat mese per mese è venuto il momento di smetterla di raccontarci balle sul lavoro. Quanti sono in Italia i disoccupati, i precari, i dipendenti delle aziende in crisi, gli imprenditori e gli artigiani che hanno visto fallire la propria impresa, coloro (soprattutto le donne) che nemmeno cercano più un lavoro per quanto è diventato un miraggio inarrivabile, i lavoratori e i pensionati che vivono in condizione di povertà nonostante possano contare ancora su di un reddito mensile? Dieci, venti, trenta milioni di persone? E allora non c'è alcuna ricetta miracolosa fondata sulla flessibilità e sulla competitività e non c'è alcuna crescita possibile, ammesso che un giorno riappaia all'orizzonte, che possa restituire il lavoro, la dignità, un reddito dignitoso a tutti. Tanto più in un mondo dove le risorse naturali si stanno esaurendo e dove dobbiamo competere con economie dove non si ha alcun riguardo per l'ambiente, per la vita, per la sicurezza, la salute e i diritti delle persone.


Quanto dovremmo produrre, vendere, consumare per ridare un lavoro a dieci o venti milioni di persone?

Dire che il lavoro verrà con la crescita è come dire ad una persona che si presenta ad un pronto soccorso con un infarto o un ictus di ripresentarsi quando sarà pronto il reparto e quando si saranno organizzati per fornire le cure.

In questa Italia servono certamente politiche economiche e industriali che valorizzino le potenzialità e le attitudini nazionali nel manifatturiero, nel turismo, nell'agro-alimentare, nella fruizione dello straordinario patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico che possediamo; servono certamente investimenti pubblici nelle infrastrutture e nella ricerca, nella formazione, nella scuola e nell'università; serve certamente una lotta senza quartiere ai criminali e ai parassiti che hanno ridotto sul lastrico il nostro Paese: le mafie, gli evasori fiscali, i corrotti e i corruttori, gli inquinatori di interi territori, coloro che hanno esportato capitali e aziende all'estero, i politici che si sono appropriati delle risorse pubbliche.

Ma serve anche e soprattutto progettare un sistema economico diverso, fondato non sulla competizione ma sulla condivisione e sull'equa distribuzione dell'enorme ricchezza che siamo in grado di produrre e che sarebbe sufficiente per assicurare a tutti una vita degna di essere vissuta. Un sistema economico che non escluda nessuno e sappia trarre da ciascuno il contributo che può fornire al bene comune: bisogna dunque ragionare in termini di riduzione dell'orario di lavoro e dei requisiti necessari per ottenere la pensione per redistribuire a tutti l'occupazione necessaria e disponibile. E serve dunque prioritariamente restituire alla collettività, attraverso le istituzioni democratiche che la rappresentano, la possibilità di riappropriarsi della sovranità politica, oggi ostaggio di ristrette oligarchie, e di non dipendere per il finanziamento della spesa pubblica dal ricatto dei mercati.

Ciò che ora è indispensabile è un piano straordinario di lavori socialmente utili in grado di impiegare da subito alcuni milioni di persone per mettere in sicurezza dalle catastrofi il territorio, per interventi di risanamento ambientale, per ristrutturare edifici pubblici ai fini della sicurezza e del risparmio energetico, per la manutenzione delle città, per la conservazione e la fruizione dello straordinario patrimonio artistico ed archeologico italiano, per rendere i servizi sociali pubblici – asili, scuola, sanità, assistenza – degni di un Paese civile. Un piano straordinario per l'occupazione in grado poi di innescare – distribuendo reddito, migliorando le condizioni di vita dei cittadini, risanando le tante situazioni di aggressione all'ambiente ed ai territori - una ripresa generale del Paese.


Per questo sosteniamo l'idea di una grande Manifestazione per il lavoro che veda anzitutto protagonisti disoccupati e precari, da svolgersi in tutta Italia il prossimo 21 marzo.

venerdì 31 agosto 2012

Le contraddizioni insanabili del capitalismo italiano

Per l'ennesimo volta il governo Monti ci ammannisce l'ennesimo programma per la crescita. Se, dopo quasi dieci mesi dal suo insediamento, stiamo ancora all'inizio della fase due, pur annunciata un'infinità di volte, ed al libro dei sogni (capitalistico) della riduzione della spesa pubblica, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, della riforma della burocrazia, della riduzione delle tasse è perché il governo Monti (debbono riconoscerlo persino le agenzie di rating e Bersani) non ha fatto nulla dal punto di vista dello sviluppo economico e dell'occupazione.
Nessuno degli obiettivi che incardinavano il suo programma – rigore, equità, sviluppo – è stato realizzato. Dal punto di vista degli effetti del rigore finanziario lo spread è rimasto grosso modo agli stessi livelli berlusconiani; per quanto riguarda l'equità, la crisi ed il tentativo di risanamento è stato addossato quasi esclusivamente sui ceti popolari (pensioni, articolo 18, assenza di sostegni al lavoro, colpevolizzazione del pubblico impiego, stretta ai servizi sociali, IMU sulla prima casa, aumento del costo della vita a partire dalla benzina); infine per ciò che attiene alla crescita siamo in piena recessione ed anche le ottimistiche previsioni delle agenzie di rating parlano per il 2013 di una crescita zero o addirittura di un ulteriore riduzione del PIL di mezzo punto percentuale.
Ciascuno evidentemente è libero, ma senza poter negare la realtà dei fatti e delle cifre, di darne la spiegazione che ritiene più giusta: Monti è un incapace e vecchio (per età ed idee) esponente (già consulente di Cirino Pomicino) della classe dirigente italiana e di un mondo capitalista in crisi sistemica; Monti sta scientemente ed efficacemente realizzando il programma di quell'establishment finanziario che l'ha collocato alla guida del Governo per mettere in sicurezza i propri investimenti finanziari e porgli su di un piatto d'argento, a prezzi d'affezione, le ricchezze pubbliche del nostro Paese; Monti è stato bloccato nella sua azione di riforma dai veti della casta partitocratica.
In ogni caso gli annunci di provvedimenti, reiterati a cadenze regolare e presentati ogni volta come improcrastinabili, risolutivi, decisivi per il superamento dei problemi italiani e l'uscita dalla crisi sta ad indicare da un lato la mediocrità e l'attitudine alla menzogna, alla stessa stregua di navigati politici, dei tecnici e dall'altro che rispetto alle contraddizioni insanabili del capitalismo italiano e mondiale le ricette adottate sono sbagliate ed inadeguate.
Così la Fornero aveva giustificato la riforma delle pensioni e dell'articolo 18 come necessarie per le giovani generazioni ed ora ammette, al meeting di CL, che per i giovani si è fatto poco o niente; Passera aveva esposto un programma per la crescita che avrebbe dovuto mobilitare 100 miliardi di euro ed ora riconosce che siamo ancora al punto di partenza, sulle liberalizzazioni Monti era già intervenuto con il decreto “Crescitalia” promettendo mirabolanti performance nella crescita dell'occupazione, dei salari e del pil ma anche qui evidentemente si trattava solo di un bluff.
Ribadisco manca la capacità e la volontà di sciogliere i nodi delle contraddizioni in cui è immerso il sistema economico capitalistico.

martedì 9 agosto 2011

I mercati valgono più della vita delle persone?


La crisi che sta incendiando il mondo e l'Italia in queste settimane è la crisi del capitalismo. 
E' il fallimento di quel sistema economico fondato sulla libera circolazione dei capitali e sulla pretesa che i mercati possano autoregolarsi senza regole e controlli posti nell'interesse generale così come si è imposto negli ultimi trent'anni. 
Un sistema nel quale i profitti non nascono più essenzialmente dalla produzione reale di beni e servizi ma attraverso la speculazione finanziaria, i giochi di borsa, le 'scommesse' dei prodotti derivati. Un sistema che ha trasferito una rilevantissima quota della produzione industriale dall'Europa e dagli Stati Uniti nei Paesi con minor costo del lavoro e privi di garanzie sindacali e nel contempo ha comportato, nel mondo occidentale, il massiccio trasferimento di ricchezza dai lavoratori ai detentori del grande capitale. Un sistema che ha obbligato una consistente quota dei ceti medio-bassi europei ed americani ad indebitarsi per mantenere le proprie condizioni di vita. 
Afferma Giorgio Ruffolo in un'intervista a Valentino Parlato sul Manifesto: “A tre quarti del secolo scorso c'è stata una vera e propria mutazione. Siamo passati dal capitalismo manageriale al capitalismo finanziario. Il primo aveva accettato di subordinare le prospettive di profitto a una politica dei redditi che sanciva un compromesso storico tra democrazia e capitalismo, con il passaggio dalla massimizzazione alla normalizzazione del profitto. Oggi siamo tornati a un regime di esasperata massimizzazione del profitto e nel più breve periodo, con la conseguenza di una mostruosa esplosione delle diseguaglianze. Le conseguenze devastanti di quelle diseguaglianze sulla compressione della domanda sono state evitate ricorrendo massicciamente all'indebitamento, come dire ai posteri. Con la conseguenza di uno sfrenato aumento della liquidità. Alla vigilia della crisi, nel 2007, la liquidità mondiale aveva raggiunto un livello dodici volte superiore al prodotto reale mondiale, di qui la crisi che ha coronato la controffensiva capitalistica. La controffensiva capitalistica è iniziata negli anni '70 con il distacco del dollaro dall'oro ed è esplosa negli anni '80 con la liberalizzazione del movimento mondiale dei capitali, liquidando gli accordi di Bretton Woods, che garantivano, con le limitazioni al movimento dei capitali, le politiche macroeconomiche dei governi. Con la controrivoluzione tatcheriana e reaganiana sono stati ribaltati sia i rapporti di forza tra capitalismo e stati nazionali, sia quelli tra capitale e lavoro. E' finita quella che un grande storico marxista come Hobsbawn aveva definito l'età dell'oro.” 
Eppure sono proprio coloro che hanno provocato la malattia a pretendere ora di imporre la cura e di perseverare nelle stesse politiche che hanno condotto alla crisi.