"Non dubitare che un gruppo di cittadini impegnati e consapevoli possa cambiare il mondo: in effetti è solo così che è sempre andata" (Margaret Mead)

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martedì 8 maggio 2012

Il punto. Riflessioni elettorali


La risposta sul piano elettorale alla crisi economica è abitualmente il rafforzamento delle opposizioni e ciò è tanto più naturale di fronte a quella epocale che stiamo attraversando.
Nel contesto contingente, la linea di tendenza prevalente in tutti i paesi europei in cui si è votato in questi giorni è che vincono o che si rafforzano coloro che contrastano più o meno radicalmente le politiche di austerità e neoliberiste.
Nella Gran Bretagna di Cameron i laburisti conquistano molte amministrazioni locali, nella Germania la Merkel perde un ulteriore Land, lo Schleswig-Holstein.
In un Paese a democrazia matura come la Francia la governabilità viene assicurata, con la vittoria della collaudata proposta socialdemocratica di François Hollande, a detta di molti niente più che un burocrate di partito privo di particolare carisma (ma questo non è in sé un male), solo perché lì il sistema elettorale vigente, a doppio turno, taglia inesorabilmente le estreme (Mélenchon e Marine Le Pen).
Sapremo presto se e come il nuovo Presidente francese, al di là degli entusiasmi che ha suscitato nella sinistra nostrana, saprà e vorrà realizzare una politica realmente e radicalmente riformatrice, se e come potrà muoversi dentro i percorsi definiti dalle compatibilità economiche europee e non dover cedere alle pressioni e ai ricatti della speculazione e dei mercati.
Laddove, come in Grecia, si è abbattuta sulla società civile la feroce scure delle politiche economiche delle istituzioni europee, i partiti - i 'socialisti' del Pasok e la destra di Nuova Democrazia - che sostenevano il premier Papademos, il Monti o se si preferisce il Quisling ellenico, sono travolti e dimezzati fino a non avere più la maggioranza in Parlamento.
E' questo, a mio avviso, più della vittoria di Hollande il dato più significativo di questa tornata elettorale europea, la dimostrazione che le politiche dei sacrifici senza adeguate contropartite nella redistribuzione dei redditi e nel contrasto della povertà sono inaccettabili senza se e senza ma (proprio perché in tal modo diventano esclusivamente massacro sociale).

sabato 14 gennaio 2012

Il Punto. Referendum, rating, tassisti e altre storie


Nella giornata del 12 gennaio il governo Monti ha ricevuto due generosi aiutini che ne hanno rafforzato la prospettiva di durare fino alle scadenza della legislatura del 2013: il no della Camera all'arresto di Nicola Cosentino e la decisione della Corte Costituzionale di non ammettere i referendum promossi da Di Pietro per l'abrogazione dell'attuale legge elettorale (il porcellum Calderoli) ed il sostanziale ritorno a quella maggioritaria precedente (il Mattarellum).
Nicola Cosentino è accusato di essere organico al clan camorristico dei casalesi ed è assolutamente centrale nel sistema di consenso berlusconiano (ha ricoperto fino ad oggi la carica di coordinatore del PDL campano);  uno dei fatti che hanno contribuito alla vittoria delle destre nel 2008 è stato il disastro dei rifiuti in Campania con le vergognose immagini che venivano da Napoli sommersa dalla monnezza: disastro dei rifiuti a sua volta determinato dai traffici dei clan camorristici.
Il no all'arresto consente di porre un argine, sia pur momentaneo, alle fibrillazioni e alle inquietudini del PDL e di Berlusconi di fronte al governo Monti.
L'ammissione del  referendum che si proponeva di cancellare il potere delle segreterie dei partiti di scegliere in via esclusiva i membri del Parlamento avrebbe rappresentato una irresistibile tentazione per diverse forze politiche ad anticipare lo scioglimento delle Camere al fine di rimandare la consultazione referendaria e di non dover rinunciare all'ingiusta prerogativa di cui oggi godono i rispettivi leader.
C'è chi nega che sia possibile mettere in relazione i due fatti, che così facendo si reiterano abituali argomenti e atteggiamenti berlusconiani, ma certo è difficile negare che quanto verificatosi sia anche il frutto di un clima generale contraddistinto dal pensiero unico di cui è promotore Napolitano e in cui non si deve disturbare il manovratore Monti nel momento in cui il Paese è tutto preso dal tentativo (nei modi e con gli strumenti decisi dai poteri forti) di evitare la catastrofe.
In merito alla decisione della Corte Costituzionale e alle pesanti accuse lanciate al riguardo da Di Pietro a Napolitano, alcuni oggi affermano che in realtà quella decisione era scontata stante la formulazione del quesito referendario e le precedenti sentenze della Corte. Non si può non tener conto di quanto afferma un giurista  competente e irreprensibile come Stefano Rodotà che nella trasmissione televisiva '8 e 1/2' su La7 (qui dal minuto 13 e 30)  si è espresso in difesa del ruolo della Corte Costituzionale e sulla legittimità della sua decisione di non ammettere i referendum che appunto è coerente con la precedente giurisprudenza (non è ammissibile il vuoto legislativo in materia elettorale e l'abrogazione di una legge non può far tornare in vigore le norme che da quella legge erano state sostituite).
Ma nel contempo rilevo che vi era stato un appello di 111 costituzionalisti che al contrario sostenevano l'ammissibilità dei referendum.

giovedì 29 settembre 2011

Il punto. Il vero miracolo di Berlusconi


La maggioranza berlusconiana ottiene una nuova fiducia sulla richiesta di dimissioni del ministro Romano, inquisito per mafia (e sorge spontanea una domanda: perché Napolitano ha consentito, non utilizzando opportunamente i poteri di scelta che gli attribuisce la Costituzione, che un tale individuo potesse diventare ministro?).
Berlusconi non ha evidentemente realizzato il miracolo promesso al momento della 'discesa in campo': milioni di posti di lavoro, un nuovo boom economico, la riduzione delle tasse, la modernizzazione dello Stato e della pubblica amministrazione.
Il vero miracolo di Berlusconi è quello di essere riuscito a restare al centro della politica nazionale dal 1994, alla guida del governo attraverso tre Esecutivi per complessivi dieci anni, a resistere al potere - anche dopo quanto emerso nei suoi confronti negli ultimi tempi - nonostante tutto e tutti.
Si possono stigmatizzare le colpe dell'opposizione, non averlo contrastato adeguatamente, non aver adottato leggi sul conflitto di interessi ed i necessari provvedimenti per il pluralismo nel sistema televisivo, aver sostanzialmente fatto il calcolo (i D'Alema, i Veltroni) - a danno del Paese - che finché il padrone di Mediaset fosse rimasto nelle istituzioni pubbliche ciò avrebbe costituito a sua volta l'assicurazione della propria longevità politica, ricompattando gli elettori democratici e di sinistra solo in base all'idea del male minore e del votare turandosi il naso.
Si può discutere di cosa sarà il dopo-Berlusconi, temere che il domani sarà ancora peggiore in termini di macelleria sociale, fare supposizioni su chi ne abbia messo in crisi il consenso 'incentivando' l'esplosione dei ben noti scandali sessuali (alcuni poteri forti, la finanza anglo-ebraica contrapposta a quella araba e filo-russa, la nuova amministrazione Obama).
Ma certo risulta incomprensibile e illogico che nel momento più basso del suo consenso, con la scissione del vecchio alleato di ferro Gianfranco Fini, con tutti i sondaggi elettorali che prevedono la vittoria delle opposizioni, sconfitto alle ultime elezioni amministrative e nei referendum di giugno, abbandonato persino dalla Confindustria di Marcegaglia e dal Vaticano (che non hanno potuto proprio fare a meno di dissociarsi dal puttaniere di Arcore), svergognato e ridicolizzato (e con lui tutto il nostro Paese) in Italia e nel mondo per il 'bunga bunga', riesca ancora a mantenere la propria maggioranza parlamentare.

sabato 11 giugno 2011

Il punto. Il significato politico dei referendum del 12 e 13 giugno.

I referendum del 12 e 13 giugno possono essere visti da tre diverse angolazioni politiche e da tutte e tre si conferma e rafforza la convinzione della necessità di andare a votare e votare 4 SI.

Anzitutto c'è il merito delle materie oggetto di referendum. Una questione di vita e di morte dice giustamente Adriano Celentano. Non è un paradosso, non è una metafora dire che è un questione di vita e di morte il nucleare. Ce lo dicono Chernobil e Fukushima. Ce lo dicono le statistiche che evidenziano l'incidenza di leucemie e cancri per coloro che vivono in prossimità di una centrale nucleare. Ce lo dicono gli incidenti di Three Mile Island e la miriade di 'piccoli' guasti delle centrali nucleari francesi che attestano i rischi sempre incombenti che derivano da questa modalità di produzione dell'energia. L'Italia è uno dei paesi più industrializzati ed a più elevata tecnologia nel mondo (anche se sul nucleare deve affidarsi ai francesi) ma è anche il paese del Vajont, di Seveso, della Stazione di Viareggio, della Moby Prince, di San Giuliano di Puglia, della residenza universitaria dell'Aquila, del poligono di tiro di Quirra in Sardegna, cioè di tutti quei casi in cui l'imperizia, la superficialità, il prevalere di interessi criminali e di disprezzo per la vita umana ha prodotto morte e dolore.
Un incidente nucleare determinerebbe non solo un numero di vittime ancora più insostenibile ma avrebbe conseguenze illimitate nel tempo. Nucleare da respingere dunque perché pericoloso e costoso tanto più in un Paese a rischio sismico come l'Italia, perché anche la materia prima per le centrali – l'uranio – è in via di esaurimento, perché determinerebbe una dipendenza tecnologica dai costruttori francesi (e gli americani sospettavano, a leggere i cablo di wikileaks, che le scelte del governo italiano fossero state influenzate da pratiche corruttive), perché aprirebbe il problema fin qui insoluto (e fonte di ulteriori costi e rischi) dello stoccaggio delle scorie nucleari, perché offrirebbe al terrorismo un bersaglio terribile e da ciò deriverebbe inevitabilmente un'involuzione repressiva e militarizzata nella gestione dell'ordine pubblico, perché perpetuerebbe la logica di pochi padroni del rubinetto dell'energia a cui sarebbero costretti a rivolgersi gli utenti. Rifiutare oggi il nucleare significa predisporsi nei prossimi decenni, senza compromettere il futuro con scelte obsolete e finanziariamente insostenibili, a sostituire le fonti di energia di natura fossile attraverso la ricerca, il risparmio energetico, lo sviluppo delle energie rinnovabili distribuite sul territorio e accessibili a tutti. Sviluppando tecnologie, nuove imprese e nuovo lavoro, efficienza in linea con il programma europeo del 20-20-20 (cioè venti per cento in meno di riduzione di gas serra, 20 per cento di risparmio energetico, 20 per cento di approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili) entro il 2020.

sabato 28 maggio 2011

Il punto. Berlusconi delira mentre l'Italia affonda e il mondo esplode.


Berlusconi percorre il viale del tramonto della sua esperienza politica abbandonando ogni residuo senso di decenza istituzionale e di rispetto degli avversari, coprendo di insulti i candidati dell'opposizione alle elezioni amministrative e i loro elettori di sinistra, definiti senza cervello, invadendo inutilmente telegiornali pubblici e privati. Si appella persino ad Obama, durante la riunione del G8, contro la dittatura dei giudici comunisti (e possiamo ben immaginare quanto questo accresca la credibilità ed il prestigio internazionale del nostro Paese), facendo fortemente dubitare sulle condizioni della sua salute mentale.
Mentre il degrado politico raggiunge un livello che forse l'Italia non aveva mai conosciuto nella sua storia, rendendo francamente ridicoli e fuori luogo gli appelli di Napolitano e delle gerarchie vaticane al dialogo e alla moderazione dei toni del dibattito pubblico, la situazione del paese reale si rivela nella sua piena drammaticità.

Il Rapporto annuale dell'Istat parla di un italiano su quattro che vive dentro la povertà o rischia di entrarci. Non funziona più, commenta Ilvo Diamanti, l'ascensore sociale: viviamo in un'Italia cristallizzata, senza sbocchi. Se coloro che nascevano negli anni cinquanta, sessanta e primi anni settanta avevano fondate speranze di migliorare la propria condizione sociale ed economica rispetto ai genitori, grazie al conseguimento di un titolo di studio (diploma o laurea) per il quale valeva la pena di fare sacrifici perché trovare un posto fisso, da operaio o nel pubblico impiego, o emergere nelle professioni liberali non era una chimera, la prospettiva per i giovani è ora la disoccupazione e il precariato e comunque un reddito inadeguato a progettare un futuro. I giovani sono definiti una razza in via di estinzione e tra quei pochi che ci sono oltre due milioni hanno abbandonato sia gli studi che la ricerca del lavoro mentre molti altri scappano all'estero per provare a coltivare il proprio talento.
E' un Paese triste e in declino quello che emerge in tutte le ricerche (nel classifica del 'PIL della felicità' l'Italia è agli ultimi posti dei paesi OCSE). La tragedia della crisi, quella crisi che il governo e molte televisioni hanno tentato di nascondere, trova riscontro anche nell'aumento dei suicidi.
Manca una politica industriale, manca un'imprenditoria (troppo piccola nelle dimensioni aziendali, spesso drogata dagli aiuti pubblici, soffocata da una pubblica amministrazione inefficiente e soprattutto dalla concorrenza sleale dell'economia criminale e in nero) in grado di far tornare il (vero) 'made in Italy' competitivo nel mondo attraverso l'innovazione e la creatività e non semplicemente con la riduzione del costo del lavoro, mancano investimenti nella ricerca, la scuola pubblica è stata smantellata, ci sta sfuggendo la capacità di cogliere l'occasione offerta dallo sviluppo della green economy.

martedì 17 maggio 2011

Il punto. Le elezioni amministrative: qualcosa sta cambiando in Italia.


Non è la rivoluzione, non è l'abbattimento della casta, non è (ancora) la sconfitta definitiva di Berlusconi (che ha mille vite e mille risorse mediatiche e finanziarie da giocarsi). Ci sono ancora i ballottaggi da vincere, a Milano e a Napoli anzitutto. C'è da considerare che nelle elezioni amministrative il centro-sinistra è abitualmente premiato rispetto alle politiche (basta riguardare ai risultati vincenti negli anni che precedettero la deludente affermazione di Prodi nel 2006). Non suscitano di certo entusiasmo i successi di vecchi arnesi del PD quale Fassino a Torino e De Luca a Salerno e dello scialbo Merola a Bologna. E comunque non è sicuramente questo centro-sinistra a poter suscitare la speranza di una radicale trasformazione e riscatto dell'Italia dal punto di vista economico, sociale, morale, culturale. Ma è indubbio che i risultati di queste elezioni locali presentano una serie di aspetti positivi. Berlusconi aveva evocato un referendum tra lui e i giudici 'comunisti' e la stampa 'faziosa ed eversiva' e ne è uscito sconfitto. La moderata Milano ha preferito Pisapia, il candidato del centro-sinistra e membro di Sinistra Ecologia e Libertà di Vendola, alla Moratti e ora lo proietta come favorito al ballottaggio. La Lega e il PDL sono punite ovunque al nord: è il minimo che potesse avvenire di fronte ad una crisi economica che si trascina da lunghissimo tempo ed al discredito morale che non poteva non cadere sul regime del bunga bunga. Anzi appare fin troppo ampio, oltre ogni logica, il seguito che questa  destra, nonostante tutto, continua a mantenere.
Il rilevante consenso riscosso dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che non può essere considerato tout-court una formazione di sinistra ma i cui punti cardine del programma (l'ambientalismo, la legalità, la lotta alle caste) sono condivisi dal popolo progressista, rappresenta un ulteriore segnale del desiderio di cambiamento espresso dai cittadini.

venerdì 13 maggio 2011

Il punto. La paura di Berlusconi e della Moratti.


Gli argomenti rozzi e volgari utilizzati da Berlusconi e dai suoi candidati nelle elezioni amministrative del 15 e 16 maggio rivelano la piena consapevolezza della posta in gioco: quella di un referendum pro o contro il suo governo - un governo che da due anni vive perennemente sul filo del rasoio – ed il terrore di poterne uscire sconfitto.
Non avendo alcun successo da rivendicare nella propria azione politica (la crisi economica, il dilagare della corruzione e del peso delle mafie al Nord come al Sud e a dispetto dei successi ottenuti dalla magistratura e dalle forze dell'ordine nella cattura dei latitanti, una politica estera debole e contraddittoria che ha portato la credibilità internazionale dell'Italia repubblicana al livello più basso mai conosciuto nella sua storia, l'incapacità di governare l'immigrazione, la mancanza di una politica industriale ed energetica degna di questo nome, i fallimenti nella ricostruzione dell'Aquila e sul problema dei rifiuti in Campania nonostante l'annuncio del miracolo sbandierato innumerevoli volte a reti unificate) Berlusconi non può affidarsi che ai soliti e collaudati argomenti, secondo schemi evidentemente non improvvisati ma frutto dei propri strateghi di marketing politico.
Slogan e invettive che fanno appello essenzialmente alla paura e al disprezzo nei confronti della sinistra (delle sue idee, della sua gente) nutriti dal proprio elettorato e dal proprio blocco sociale.

venerdì 29 aprile 2011

Il punto. Sulla Libia l'ennesimo bluff della Lega.

Sono davvero pochi coloro che credono che la Lega farà cadere il governo sulla questione dei bombardamenti sulla Libia.
Bossi e Berlusconi sono ormai legati ad un comune destino, il potere della Lega sta tutto nella debolezza politica del PDL. Se destano una certa impressione l'accusa al rais di Arcore di aver ceduto a Sarkozy da parte della Padania e di Libero e i titoli contro Tremonti – anima del PDL vicina ai 'padani' - sparati dal giornale della famiglia del padrone di Mediaset, segno che comunque è in atto nella destra uno scontro interno alle varie fazioni che la compongono (conseguenza dell'erosione dei consensi elettorali e della inarrestabile crisi di credibilità del governo Berlusconi), non si capisce quale vantaggio potrebbe avere oggi la Lega da una crisi di governo.
Per andare alle elezioni da sola, far vincere la sinistra e perdere la quota del premio di maggioranza, presentandosi dagli elettori a mani vuote dopo aver accantonato quel federalismo fiscale che è da sempre il suo cavallo di battaglia? Per farsi promotrice di un governo del ribaltone Tremonti che dovrebbe essere sostenuto oltre che dal PD (cosa senz'altro possibile) anche da UDC e FLI che della politica 'nordista' della Lega e del ministro dell'Economia sono sempre stati i più decisi contestatori?
Il tutto pertanto sembra doversi leggere nel quadro di una strategia propagandistica a fini elettorali ed in particolare alla contesa per la carica di sindaco di Milano, capitale della Lombardia leghista, in cui ad oggi la candidata della destra Letizia Moratti non può dirsi sicura vincente e per la quale essere costretta al ballottaggio con Pisapia costituirebbe di per sé già una sconfitta.

domenica 24 aprile 2011

Il punto. Per non continuare a subire l'agenda politica decisa dalla destra.


C'è un aspetto nel quale Berlusconi e la destra vincono ininterrottamente dal 1994 ed è il dominio incontrastato dell'agenda politica.
Oltre ad essere perennemente al centro della scena per i suoi guai giudiziari ed i comportamenti e gli atteggiamenti incompatibili con il ruolo di capo del governo (e sarebbe autolesionista se l'opposizione non utilizzasse questi argomenti per colpirlo, delegittimarlo, comprometterne il consenso elettorale anche se poi gli effetti sono tutti da decifrare), oltre a saturare di sua iniziativa gli schermi televisivi, Berlusconi con i suoi servi e i suoi alleati riesce inesorabilmente a fissare i temi della discussione politica.
Ha questo potere per capacità proprie (da pubblicitario e piazzista di mestiere), soprattutto perché detiene gran parte delle emittenti televisive (e qui non sono tanto importanti e determinanti i tg e le trasmissioni giornalistiche quanto piuttosto quelle di intrattenimento e i talk show che definiscono gli argomenti 'popolari' e raggiungono le persone meno in grado di esaminare criticamente il messaggio che gli viene proposto, plasmando desideri e valori), perché la destra è in qualche modo in maggiore sintonia, come scrive Raffaele Simone, con lo spirito del tempo, egoistico e individualista.